Nel 1924 il cinema decide di smettere di comportarsi bene.
Entr’acte, diretto da René Clair per il balletto Relâche di Francis Picabia, nasce come intermezzo: un film da proiettare durante l’intervallo di uno spettacolo dei Ballets Suédois al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi.
Ma l’intervallo diventa l’opera. E l’opera diventa detonatore.
Siamo nel cuore della Parigi dadaista. Picabia scrive il balletto come provocazione. Erik Satie compone una musica volutamente frammentata e ironica. René Clair, allora poco più che ventenne, prende la cinepresa e la usa come un giocattolo sovversivo.
Nel film compaiono Marcel Duchamp e Man Ray, intenti a giocare a scacchi sui tetti di Parigi. Non è cameo. È dichiarazione di intenti. Il ready-made incontra il cinema. La fotografia incontra il movimento. L’arte smette di essere disciplina e diventa comportamento.
Non c’è trama. Ci sono immagini che si ribellano:– ballerine viste dal basso come figure meccaniche– funerali che si trasformano in inseguimenti grotteschi– rallentamenti, accelerazioni, prospettive impossibili.
È Dada in forma cinematografica. È sabotaggio poetico.
Il pubblico dell’epoca non sapeva bene come reagire. Alcuni ridevano. Altri restavano interdetti. Perché Entr’acte non chiedeva di capire. Chiedeva di perdere l’equilibrio.
E dietro quel caos c’era una rete: Picabia, Duchamp, Man Ray, Satie, Claire, i Ballets Suédois di Rolf de Maré. Pittura, musica, danza, cinema. Non collaboravano. Si contaminavano.
Quello che oggi chiameremmo “interdisciplinarità” allora era semplice urgenza. Un rifiuto dei confini.
Oggi lo chiameremmo videoarte. Installazione. Meta-cinema. Performance filmica. Allora era solo un intervallo.
E forse è proprio questo il gesto più radicale: mettere la rivoluzione tra due atti.
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