OSSESSIONE
- 30 giu
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 2 lug

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i volti passano come l'acqua.
Jorge Luis Borges
Questa storia si apprezza ancora di più nel suo formato originale, dove immagini e progetto grafico dialogano tra loro. [Versione completa]
Ci sono parole che usiamo continuamente senza soffermarci troppo sul loro significato. Ossessione è una di queste. La usiamo per parlare di chi controlla il telefono in continuazione, di una canzone che non riusciamo a toglierci dalla testa, di una persona a cui pensiamo più di quanto vorremmo. La trattiamo come se fosse un eccesso, un errore, qualcosa da correggere. Ma esiste un altro modo di pensarla.
Ci sono artisti che hanno trascorso decenni tornando alla stessa immagine, allo stesso volto, alla stessa montagna, allo stesso animale, allo stesso giardino. Non perché mancasse loro l'immaginazione. Al contrario, perché avevano trovato qualcosa che la sola immaginazione non riusciva a esaurire. Qualcosa che, ogni volta che lo osservavano, restituiva loro una domanda diversa. Ed era proprio quella domanda a costringerli a tornare.
È questo che accomuna i cinque artisti di questa pubblicazione. Non un'epoca o uno stile. Ma un modo di vivere il proprio lavoro che somiglia meno a una carriera e più a una lunghissima conversazione con qualcosa che continua a non dare una risposta definitiva.
Louis Wain disegnò gatti per quarant'anni. Alexej von Jawlensky dipinse volti umani ancora e ancora, fino a trasformarli in un'icona quasi sacra. Katsushika Hokusai tornò centinaia di volte sul Monte Fuji senza ripetersi mai del tutto. Séraphine de Senlis ricoprì intere tele di foglie e fiori, in un'accumulazione che sembrava non potersi arrestare. Oskar Kokoschka inseguì una donna che non c'era più, fino a costruire con le proprie mani un'impossibile sostituzione.
Cinque storie diverse. Cinque modi diversi di ossessionarsi. Eppure, lette insieme, rivelano qualcosa che le attraversa tutte: la convinzione che esistano immagini inesauribili. Che la ripetizione non impoverisca, ma approfondisca. Che tornare non significhi tornare indietro.
L'arte ha un rapporto singolare con il tempo. Un'opera del XIX secolo non appartiene davvero al passato: può essere qui, davanti a noi, e parlarci al presente. Basta osservarla con attenzione per accorgersi che ciò che animava quegli artisti continua ancora oggi a trovare nuove forme in cui manifestarsi.
Per questo vale la pena distinguere due parole che spesso confondiamo: moderno e contemporaneo. Il moderno appartiene a un preciso momento della storia dell'arte, con le sue rotture, le sue ricerche e il suo particolare modo di guardare il mondo. Il contemporaneo, invece, non dipende da una data, ma da una capacità: quella di continuare a produrre significato nel presente. Un'opera può essere pienamente moderna e, allo stesso tempo, profondamente contemporanea, se continua a parlarci, se riesce ancora a dirci qualcosa di nuovo. Non è il calendario a mantenerla viva, ma l'intensità con cui continua a entrare in dialogo con chi la osserva.
Ciò che Wain aveva intuito sull'animale come specchio dell'umano riemerge decenni dopo in altri linguaggi. Ciò che Jawlensky cercava nella ripetizione come via spirituale riaffiora anche in artisti che non hanno mai sentito pronunciare il suo nome. Le ossessioni non muoiono con chi le ha vissute. Circolano. Si depositano. Ritornano.
Esiste un'antica idea secondo cui tutta la cultura umana sarebbe, in fondo, un'unica memoria condivisa, nella quale le immagini non nascono e non muoiono, ma riemergono trasformate attraverso il tempo. Quando un artista incontra un'immagine che lo ossessiona, non la sta inventando da zero: sta riconoscendo qualcosa che esisteva già e che aspettava soltanto di essere visto ancora una volta. Non è un'idea mistica. È quasi il contrario: è l'osservazione molto concreta che gli esseri umani, in secoli e continenti diversi, continuano a porsi le stesse domande, semplicemente con strumenti nuovi.
Questa pubblicazione non è un manuale di storia dell'arte. Non pretende di spiegare movimenti o classificare stili. È un invito ad avvicinarsi a cinque vite che hanno scelto, o forse sono state scelte da, una sola immagine. E a domandarsi, una volta arrivati alla fine, se anche noi abbiamo la nostra.
Perché quasi sempre l'abbiamo. Quella cosa a cui continuiamo a tornare senza riuscire a spiegare fino in fondo il perché. Quella domanda che non ci ha mai abbandonato. Quell'immagine che, per una ragione che sfugge alla razionalità, abbiamo la sensazione di non aver ancora visto del tutto.
L'ossessione, se la si guarda bene, non è un errore. È una forma di attenzione. La più lunga, la più esigente e, a volte, la più onesta che esista.
I Gatti
L'arte può infiltrarsi nella società, trasformare percezioni e cambiare idee, spesso senza nemmeno volerlo. Louis Wain fu l'artista che cambiò per sempre il modo in cui guardiamo i gatti. E tutto cominciò per amore.
La sua ossessione nasce in una piccola casa di Londra, negli anni 1880. L'epoca vittoriana aveva un'abilità particolare: trasformare i sentimenti in problemi. Il progresso era una religione, la morale un'armatura, e il desiderio — qualunque desiderio che uscisse dagli schemi — una piccola anomalia che conveniva non nominare troppo. Louis ha poco più di vent'anni quando si innamora di Emily Richardson, l'istitutrice delle sue sorelle. Lei è dieci anni più grande: abbastanza per trasformare quell'amore in qualcosa che la società guarda di traverso. Si sposano lo stesso. Sono felici, fino a quando Emily sviluppa un cancro al seno.
La scena che segue compare in molte biografie, perché è lì che la sua storia come artista prende forma.
Emily trascorre lunghi periodi a letto. Louis cerca di distrarla. E a un certo punto trovano un gatto randagio bianco e nero che decidono di chiamare Peter.
Wain comincia a disegnarlo: Peter che dorme, Peter che fissa una mosca.
Emily ride. E per lui, era abbastanza.
C'è qualcosa su cui vale la pena soffermarsi: Wain non disegna gatti come simboli eleganti né come creature misteriose. Li disegna come persone intrappolate dentro corpi felini. Con vergogna, vanità, nervosismo, orgoglio. Tutta la psicologia che il secolo vittoriano chiedeva di nascondere, Wain la proietta nei suoi gatti con una precisione quasi scomoda. Come se l'unico posto in cui l'umanità potesse mostrarsi senza filtri fosse dentro un animale.
Emily muore nel 1887, a soli trent'anni. Peter rimane. E Louis non smette mai di osservarlo, di disegnarlo, come se in quell'animale cercasse di trattenere qualcosa della felicità che avevano condiviso. Il lutto, a volte, ha bisogno di un oggetto su cui posarsi.
Quello che inizia come un gesto intimo diventa nel tempo un sistema intero di produzione visiva. Wain disegna quasi esclusivamente gatti. Migliaia di gatti. Gatti che fumano, che leggono il giornale, che vanno a balli, che suonano il violino, che giocano a cricket, che prendono il tè, che scommettono, che discutono di politica, che litigano nei pub, che festeggiano il Natale. L'Inghilterra intera trasformata in un universo a quattro zampe.
Quando The Illustrated London News pubblica quelle immagini, il successo è immediato. Le sue illustrazioni circolano su giornali, libri per bambini, cartoline e riviste. Wain diventa enormemente popolare, e molti storici gli attribuiscono un cambiamento culturale concreto: aver trasformato la percezione pubblica del gatto domestico in Gran Bretagna. Prima di Wain, il gatto era un animale periferico. Dopo Wain, era quasi un cittadino. Così funziona l'arte quando si infiltra nel quotidiano: non convince, non argomenta. Cambia semplicemente l'angolo da cui guardiamo, e un giorno ci accorgiamo che non riusciamo più a vedere le cose come prima.
Ma lavora in modo quasi compulsivo, accetta commissioni mal pagate, gestisce male i soldi. È uno degli artisti più riprodotti d'Inghilterra e rimane quasi sempre indebitato.
Con gli anni, la sua salute mentale comincia a deteriorarsi. Per molto tempo, il tema è stato affrontato in modo semplicistico: "i gatti di Wain mostrano l'avanzare della schizofrenia". L'idea divenne popolare perché alcune delle sue immagini tarde sembrano progressivamente più astratte, saturate di pattern geometrici e colori elettrici. Ma la storia reale è più complessa e molto meno ordinata di quel racconto quasi mitico.
Wain non ricevette mai una diagnosi moderna definitiva. In momenti diversi si parlò di schizofrenia, disturbo dello spettro autistico, episodi psicotici e deterioramento neurologico. Le cartelle cliniche sono frammentarie. E molte delle famose sequenze di gatti "psichedelici" non sono nemmeno datate correttamente: non esiste evidenza solida che formino una progressione clinica lineare.
Quello che sappiamo è questo: il suo comportamento divenne sempre più erratico. Aveva episodi paranoici. Diffidava delle persone vicine. La sua famiglia lo fece ricoverare nel 1924. Il primo ospedale era duro persino per gli standard dell'epoca, finché alcuni ammiratori scoprirono la sua situazione. La notizia arrivò alla stampa. Figure come H. G. Wells intervennero. Wain fu trasferito al Bethlem Royal Hospital e poi al Napsbury, istituzioni più tranquille, con giardini, e con colonie di gatti veri che circolavano per i corridoi.
Lì continuò a disegnare.
E quei disegni tardivi sono affascinanti proprio perché non si lasciano spiegare in un solo modo. Alcuni sembrano mandala elettrici. Altri conservano umorismo. Altri hanno una simmetria quasi cristallina. Ci sono immagini dove il volto del gatto si scompone in mosaici cromatici che ricordano vetrate, tessuti orientali o caleidoscopi. Una visione che anticipava, per decenni, quello che più tardi sarebbe stato chiamato psichedelia. Come se la mente, perdendo i propri confini, trovasse un modo diverso di vedere — più intenso, più frammentato, ma non necessariamente meno vero.
Il gatto non sparì mai del tutto. Ed è questo il dato inquietante. L'ossessione di Wain non funzionò come una fase tematica: funzionò come un linguaggio completo. Per più di quarant'anni tornò allo stesso animale ancora e ancora, fino a deformarlo, umanizzarlo, moltiplicarlo e trasformarlo in un universo intero. I suoi gatti continuano a dialogare con noi perché aprono domande. Che cosa diventa la visione quando è la mente a trasformarsi? Ci ricordano che la percezione dipende anche dal nostro stato mentale: che cosa accade all'immagine quando a cambiare non è l'oggetto, ma chi guarda?
L'ossessione, del resto, non coincide necessariamente con la patologia. A volte è il modo in cui l'amore si rifiuta di arrendersi.
E tutto cominciò in una piccola stanza, accanto a una donna malata e a un gatto di nome Peter.
Questo è solo l'inizio del percorso. La pubblicazione completa mette in dialogo l'ossessione di cinque artisti con l'arte contemporanea e si interroga su cosa significhi, oggi, continuare a tornare sulla stessa immagine.
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